2013 anno zero: arriverà un piano per salvare il lavoro?

La domanda madre rimane quella del titolo per

la maggior parte degli italiani ed in particolare dei “giovani” italiani. Il termine “giovani” va ormai preso con le pinze, perché si tende sempre di più a far rientrare in questa categoria non solo i giovani under 24, ma anche gli under 35 che giovani non lo sono poi così tanto e guardano con sempre maggior preoccupazione al futuro, con l’impossibilità di trovare un lavoro legata a doppio filo all’impossibilità di organizzare la propria vita. 

È ormai dal 2007 che si parla di crisi: crisi nazionale, crisi internazionale, crisi mondiale, crisi del debito…siamo sommersi continuamente da questa parola ad ogni livello mediatico, tanto che – ormai – sta quasi diventando la norma per la maggior parte di questi “under 35” che costituiscono la prima generazione dal secondo dopoguerra ad oggi a vivere peggio dei propri genitori.

Cosa è cambiato in questi cinque anni? Poco e niente. Il tasso medio di disoccupazione di tutti i paesi Ocse è al 7,9%, pressoché identico al picco dell’8,5% che la crisi ha raggiunto. L’incertezza e il caos finanziario e del debito pubblico la fanno da padrona, così che qualsiasi strumento non si è rivelato sufficiente a rilanciare il lavoro e gli investimenti delle imprese, frenate da quella che sta diventando una vera e propria “cultura della paura”. Se una volta la paura era scaturita dal termine “terrorismo”, oggi è spostata sulla parola “debito”.

La nostra Costituzione è l’unica – come ha fatto notare non molto tempo fa Benigni nel suo relativo show – che mette al primo posto il lavoro. “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Quanto di più alto e nobile possa essere detto. Ma siamo sicuri che oggi queste parole, il primo e più importante punto di tutta una Carta Costituzionale, non siano ridotte ormai a carta straccia? 

Il lavoro è un miraggio per molti, il lavoro stabile un vero miracolo. In Italia come in Europa. La zona euro presenta un tasso di disoccupazione dell’11,5% che è sempre aumentato dal 2007 ad oggi, anche quando ci sono stati deboli segnali di ripresa. Più della metà di questi – in Italia – è un disoccupato di lungo termine, ossia non trova un lavoro da oltre un anno, con rischi in termini di scoraggiamento, perdita di autostima, problemi nel far fronte alle spese e nel pensare a un futuro autonomo, rischi psicologici. Chi risarcirà tutto ciò, lo Stato Italiano? L’Europa? La risposta più probabile è: nessuno.

Il debito pubblico mondiale è ridotto ormai a una farsa sempre più incontrollata e ingestibile, come evidenziato dall’autorevolissima fonte dell’economist e non farà altro che crescere. Un gran parlare di debiti e debiti. Ma la seconda vera domanda è: chi detiene i crediti? Mistero insoluto.

È bene che gli Stati si mettano tutti a tavolino per trovare una soluzione all’emorragia finanziaria originata da banche e speculatori senza scrupoli – una voragine in cui finiscono le speranze di tutta la gente onesta e che merita un futuro molto più di una manciata di farabutti – per promuovere un vero e proprio piano di rilancio della finanza, dell’economia e del lavoro su scala internazionale. Serio e credibile, senza trucchetti e senza sotterfugi.

Siamo ormai tutti stanchi delle parole “crisi”, “debito”, “disoccupazione”, vogliamo una sola parola che nessuno ha diritto di toglierci: futuro.

immagini: stock.xchng (2 e 3); morguefile (1).

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