Durante la recente audizione tenuta presso la commissione “Affari Economici” del Parlamento Europeo, è venuta fuori una proposta per bocca del presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Junker che parla di “salario minimo garantito” a livello europeo. Junker è rappresentante del Partito Popolare del Lussemburgo, di cui è anche Primo Ministro da quasi un ventennio. Specifichiamo che Junker non è un marxista convinto, ma lo stato in cui versa l’economia europea lo ha portato ad esprimere questa idea sulla base di una serie di fondate preoccupazioni. Disoccupazione europea all’11%, diseguaglianze sociali in aumento nonostante l’introduzione dell’euro (che avrebbe dovuto ridurle nelle intenzioni), assenza di soluzioni soddisfacenti in grado di invertire la tendenza in atto.
Continuare in questo modo, per Junker (e un
Come avviene sempre per le dichiarazioni più
eclatanti, le affermazioni di Junker hanno scatenato il dibattito anche in Italia, a cui fanno seguito delle risposte contrastanti. Ad essere favorevoli sono non soltanto gli ambienti della sinistra sociale, ma anche i liberisti. Perché l’obiettivo più importante, persino più importante della disoccupazione generalizzata, è che questo stato non conduca larga parte della popolazione alla povertà vera e propria. Le versioni sono due: se la sinistra sociale intende proporlo anche per i disoccupati come una sorta di assegno di povertà, i liberali propendono (forse più razionalmente) verso uno stipendio minimo per chi, comunque, ha un lavoro, sotto forma di salario orario minimo sotto cui non si deve scendere per qualunque tipo di lavoro.
Tale forma di decisione “dall’alto”, quindi, potrebbe anche porre fine alle difficoltà di contrattazione nello stabilire un salario minimo che affligge da anni tutti quei lavoratori atipici che non sono tutelati dalle categorie dei sindacati: un numero di lavoratori, ad oggi, in costante crescita. Ed ecco che finirebbe anche il mondo del “quanto pensi che dovresti essere retribuito per questo lavoro?” – tipica domanda che si sentono snocciolare i lavoratori precari – cui segue una corsa al ribasso dei datori di lavoro verso chi è disposto (e sono sempre di più) a lavorare a “prezzi stracciati”, frenando sia il merito che l’occupazione.
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